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Una botola di ovvietà

Ieri sera mi è capito per caso di rivedere Frizzi in televisione. Frizzi è un ottimo rappresentante di quell’aurea mediocritas che tanto conta in tivù: non sa cantare, non sa ballare, non è particolarmente spiritoso, ma proprio per questo motivo risulta simpatico ai più.
Ammetto di aver sperato di assistere all’unico programma televiso serale che è riuscito a catalizzare la mia attenzione per più di dieci minuti, e cioè "I soliti sospetti". Programma in cui bisognava indovinare l’identità di una persona solo dal suo aspetto fisico e da pochi indizi. Sarà che sono della generazione di indovina chi, sarà che mi piacciono i gialli, speravo insomma di poter cominciare a vagliare indizi. Macché.
Il programma condotto da Frizzi, la botola, meriterebbe appunto di finire presto in cantina. Una specie di Corrida a eliminazione con l’aggiunta un po’ trash di far cadere i concorrenti in piscina. Minestra vecchissima e nemmeno riscaldata, ma tiepidina.
Ridateci i soliti sospetti, e in fretta pure, altrimenti questo Frizzi non serve.

I miracoli del fotoritocco

La foto qui sopra è una scansione tratta da City di qualche tempo fa, di proprietà dell’Ansa.
L’articolo presentava una serie gialla in sei puntate mandata in onda da Sky con la direzione artistica di Salvatores e con Angela Baraldi protagonista. Ed è proprio di questo di cui vorrei parlare: l’attrice a sinistra è nella sua versione reale, così come viene fotografata alla conferenza stampa, a destra nel poster della serie.
A me pare ci siano delle leggere differenze, non trovate? Se solo potessimo fotoritoccarci nella vita reale…

Signor Mollica, mi regali un suo aggettivo!

Ho un sogno nel cassetto: una recensione di Vincenzo Mollica.
Non lo conosco di persona e non posso dire se è un entusiasta sempre e comunque, ma ogni volta che commenta qualcosa in tivù, è un tripudio di aggettivi qualificativi positivi. Il minimo che una mostra possa ricevere è "straordinaria", il film è sempre "Il più bello", l’opera è "incantevole" e il disco "lascia senza parole". Signor Mollica, faccio un appello pubblico, legga i miei racconti.
So già che nella peggiore delle ipotesi per lei saranno indimenticabili, o se proprio va male, toccanti e profondi. Vincenzo Mollica è per un’artista l’insegnante di educazione artistica delle medie: un bel voto non si nega a nessuno!
E lo vorrei anch’io…

La bufala del digitale terrestre

Ci hanno raccontato che con il digitale terrestre avremmo visto una valanga di canali in più. Da casa mia a Bologna non si vede Rai 1, Rai 2, Rai, Canale 5, La 7 ed Mtv, ma ci sono i meravigliosi cartoni animati anni 70 di Boing e il campionato di bocce di Raisat Sport.
Ci hanno spiegato che nuovi canali costruiti ad hoc sarebbero apparsi all’orizzonte: apparsi e scomparsi, se si considera la fine prematura della tv del Sole24 Ore, di Sport Solo Calcio e di Rai Doc. E poi, le nuove meravigliose funzioni digitali: la guida EPG, che i gestori non caricano quasi mai, e quando lo fanno è piena di errori di programmazione (e a volte anche di grammatica, segno che al digitale terrestre non sono finiti gli stagisti di belle promesse ma i vecchi inservienti sistemati dal partito).
L’interattività, la possibilità cioè di interagire con i programmi: funziona solo con i decoder MHP (cioè in larga parte quelli cinesi, insomma) collegati al telefono.
Un utente evoluto che ha il televisore con il digitsale terrestre integrato e la connessione telefonica via cavo è perciò escluso. Escluso da poco, a dire il vero: l’unica interattività possibile, di fatto, è il tasto “paga” per le partite di Mediaset Premium.
E i nuovi servizi al cittadino? La possibilità di usare servizi bancari, postali, comunali tramite la tv? Chi li ha visti? Forse l’ex-ministro Gasparri con la sua versione demo, di certo non noi. E ancora, ci hanno illustrato a fatica, perché noi poveri zucconii non capivamo, che la qualità digitale era superiore a quanto potessimo immaginare.
Peccato che non solo l’alta definizione è un traguardo irraggiungibile, non solo i programmi non hanno mai l’audio a 5 canali, ma spesso e volentieri la codifica è talmente spinta da far rimpiangere il peggiore dvx (provate a guardare una partita di calcio su un emittente locale: non si distingue il pallone) per non parlare di quando, se piove o la ricezione ha dei problemi, lo schermo si riempie di grossi cubi colorati che si muovono a scatti.
Il digitale terrestre è servito a Mediaset a vendere le partite di calcio? Bene. Io non le comprerò, neanche ci fosse il Taranto. E che cavolo, siamo uomini o caporali?

Baccini, è meglio che canti. Lascia stare la Rai…

Immagine tratta dal sito ufficiale www.baccini.it

Al liceo mi insegnarono che la critica può porsi nei confronti dell’arte in modi diversi. Tra i principali approcci c’è quello crociano, secondo il quale l’arte è una monade senza porte né finestre, cioè un universo indipendente che non ha rapporti con la vita reale, per cui occorre immergersi nel testo trascurando il contesto; e quello storicista, secondo il quale invece è importante conoscere l’autore, la sua vita, il momento in cui scrisse le sue opere, tutto ciò che insomma sta intorno, prima e dopo il testo. Io ho sempre amato il primo approccio: mi immergo in una novella di Pirandello e non mi importa che sostenesse il fascismo e che la sua vita ebbe più ombre che luci; riascolto un riff dei Nirvana e trascuro gli eccessi e lo stile di vita distruttivo di Cobain che non condivido. Da una parte l’arte, insomma, dall’altra l’artista: se qualcuno vuole conoscerlo fa bene, ma ciò concerne più la storia, la sociologia, che la letteratura o la musica.
Mi è tornata in mente questa distinzione l’altra sera guardando in tivù Baccini nella Music Farmacia, quella specie di isola dei cantanti dimenticati. Infatti è stato uno di quesi casi in cui conoscere l’artista non ti fa apprezzare di più la sua arte. Anzi. A me Baccini anni fa piaceva e molto, ritrovavo in lui alcuni atteggiamenti ironici e intelligenti dell’irripetibile Rino Gaetano (penso a canzoni come Le donne di Modena o Sono stufo di vedere quelle facce alla tivù) ma anche melodie più intense e riflessive (tra le tante ricordo una dolorosa canzone dedicata a Curcio).

Che l’artista fosse in crisi era evidente, gli ultimi due album non li ho neanche sentiti e il terz’ultimo era bruttino, per non parlare di quell’orribile parrucchino con cui si mostra in giro da qualche anno. Adesso non posso nascondere la mia delusione, è vero che l’arte è una monade, ma se si apre una finestra casualmente facendo zapping e si scopre che l’artista fa scherzi stupidi, bestemmia e dà segni di squilibrio (se fa finta è ancora peggio), be’, un po’ di amaro in bocca resta.

Richiudete la finestra: non serve a vendere nuovi dischi, e fa passare la voglia di riascoltare quelli vecchi.