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Shopping

Passato il Natale e con esso il tormentato periodo dello shopping, è possibile interrogarsi su questa piaga sociale dei nostri tempi. Cosa significare fare shopping? Significa compare qualcosa, in’ultima analisi il tutto si riduce in una transazione commerciale, io ti do dei soldi, tu mi dai un paio di pantaloni. Ci sono certo attività accessorie quali il recarsi dal negoziante, farsi impacchettare i pantaloni, controllare lo scontrino. Ma il tutto è comunque abbastanza semplice, non stiamo parlando di scoprire un vaccino o costruire un grattacielo. Ma allora perché questa semplice operazione coinvolge in maniera così profondamente diversa uomini e donne? Perché queste ultime hanno bisogno di tre giorni per fare la stessa identica operazione che i loro mariti compiono in 45 minuti? C’è qualcosa di intrinsecamente femminile, genetico direi, nell’operazione di scegliere. Quando una donna vede tre magliette, non si limita a prendere quella che le piace di più, in relazione al prezzo: si immagina con indosso ognuna delle tre, valuta la possibile reazione degli amici, considera le possibilità di abbinamento con il suo guardaroba presente e con quello futuro, prende in rassegna tutte le sue conoscenti, parenti e colleghe, tutto il loro guardaroba e si sforza di ricordare se ha visto loro indossare qualcosa di simile, calcola la possibilità di ciascuna delle magliette di passare indenne un bucato in lavatrice, ne considera la resistenza nel tempo, compie altre centinaia di operazione o e alla fine assegna un punteggio a quelle tre magliette che memorizza. Dopo di che gira per la città alla ricerca di altre magliette con cui fare il confronto e a cui assegnare un punteggio, e dopo essere certa di aver valutato tutte le magliette distribuite in provincia, torna ad acquistare quella che ha realizzato il punteggio migliore. Che nel frattempo non c’è più perché è stata acquistata da un’altra donna che ha fatto prima il giro della provincia.
Mentre il cervello di una donna che fa shopping è impegnato ad elaborare tutti questi laboriosi calcoli, quello di un uomo è concentrato su due semplici elementi: il codice del bancomat, e la propria taglia. Che dimentica inevitabilmente, ma recupera rapidamente con un colpo di telefono alla compagna o alla mamma. Sperando non siano impegnate a fare shopping.

Mi fanno male le scarpe

Appoggiate con un braccio teso al muro, la mano aperta, l’altra che sostiene la punta della scarpa sollevata da terra, una smorfia di dolore sul volto. Sedute sui gradini di una chiesa, a controllare che il tacco sia ancora lì, gambe incrociate strette perché vogliono mettere la minigonna ma non vogliono far vedere le cosce; in fondo alla sala di un cinema, finalmente rilassate e sollevate, persino sorridenti, non perché il film sia bello, ma perché nell’oscurità della sala hanno potuto slacciarsi la fibbia. Sto parlando, se non l’avete capito, del rapporto delle donne con le scarpe. Avete mai visto un uomo lamentarsi perché le scarpe gli fanno male? Può succedere una volta, poi non le indosserà più. Gli uomini indossano raramente scarpe abbinate all’abbigliamento, a volte le trascurano, le puliscono poco, e soprattutto fanno fatica a comprendere che ne occorrano più di tre paia per vivere dignitosamente: quelle per tutti i giorni, quelle da ginnastica, gi scarponi da neve. Ci sono le eccezioni, certo, ma sono appunto eccezioni. Le donne no, per le donne le scarpe non servono a camminare, servono ad esistere. Per cui pazienza se producono calli grossi come palline da golf, pazienza se i tacchi complicano la sopravvivenza nella giungla metropolitana, pazienza se l’alluce la sera sembra il naso di Babbo Natale. L’esistenza richiede sacrificio.
Una atroce usanza orientale costringeva le donne a deformare barbaramente il proprio piede perché il gusto dell’epoca apprezzava i piedi molto piccoli e dalla forma arcuata. Per fortuna i tempi sono cambiati…O no?

Gli telefono o no? Io non cedo per prima..

Lui le ha detto, dopo averla riaccompagnata a casa: ciao, ci sentiamo domani. Per lui quel “ci sentiamo domani” è rituale, come quando si dice arrivederci ad una persona che sta per partire per la Groenlandia, come quando si saluta con un “buon giorno” anche se diluvia e ci sono i presagi di un terremoto.
Per lei no.
Per lei quel “ci sentiamo domani” significa: “domani ti telefonerò per dimostrarti quanto ti ami, quanto la tua presenza dia conforto nei momenti difficili e risplenda luminosa nelle mie giornate”. Non necessariamente, però; può anche voler dire: “domani verrò a casa tua, so che sei fuori per lavoro ma aspetterò in portone tutto il pomeriggio oppure entrerò a chiacchierare del tempo e di Beautiful con tua nonna (a proposito, Brooke è ancora viva e sfiglia che è un piacere), e aspetterò il tuo arrivo per dirti quanto ti ami, quanto la tua presenza dia conforto nei momenti difficili e risplenda luminosa nelle mie giornate”. Poi succede che lui non le telefona. Non c’entra niente con il conforto, l’illuminazione e tutto il resto: è che c’ha da organizzare la partita di calcetto con gli amici, ha il cellulare che non scarica le suonerie polifoniche e il capo con la luna storta, insomma se ne dimentica. E a lei si gonfia lo stomaco come un pallone di rugby, i muscoli si irrigidiscono in una morsa d’acciaio e tutto, il respiro del collega del piano di sotto, il vento che muove le foglie e le auto per strada diventano insopportabilmente irritabili.
Finché lei non lo richiama, furibonda, offesa, delusa e umiliata dopo due giorni, e già immagina di essere stata tradita con una squadra femminile di sollevamento pesi, alza la cornetta, sta per scaricare 10000 watt di incazzatura, e sente la sua voce. “Ciao bella, come va? Andiamo a vedere Guerre Stellari sabato?”

Donne e scarpe

Possono tollerare un marito condiviso con altre mogli. Possono accettare un ruolo subalterno, possono anche farsi da parte quando il marito decide di provare una moglie temporanea. Sono alcune donne iraniane sottomesse dal 1979 alla legge islamica. Ma quando le toccano le scarpe, ebbe’ se ci sono di mezzo le scarpe, non c’è legge che tenga. ? successo davvero a Teheran dove tre donne hanno tentato il suicidio con un’overdose di farmaci perché la più giovane, 27enne, aveva comprato un paio di stivali costosi. E no, con le scarpe non si scherza. La storia dà parecchi spunti, sul ruolo della donna nella vita della famiglia e sul ruolo della scarpa nella vita della donna. E conferma una volta di più che la monogamia è la migliore delle forme di convivenza. ? già duro osservare allibiti quanto la propria donna dilapida in scarpe; confrontarsi poi con tre è da suicidio (ops, questa è involontaria)