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Io e il mio scaldacollo

Il nostro amore è nato in maniera tardiva, e come tutti gli amori maturi è risultato essere più profondo e completo. Una mattina lo trovo sul divano, solo, trascurato: mia moglie mi spiega che è un regalo per mia figlia, che l’ha rifiutato. Lo scruto, ne prendo le misure, mi ci butto a capoffito, e da allora siamo inseparabili, io e il mio scaldacollo.

L’unico rimpianto è quello di averlo scoperto ben oltre i quarant’anni. Perché lo scaldacollo prima di tutto scalda sul serio, e questo, per un pugliese che lavora sull’Appennino, è un dettaglio fondamentale. Poi perché non ti scappa via nel vento, è avvinghiato a te e non ti tradisce come certe sciarpette infingarde. Sì perché io con le sciarpe ho sempre avuto un rapporto conflittuale: troppo corte, tanto da non riuscire nemmeno ad annodarle per bene, troppo lunghe, con il risultato di penzolare svogliatamente fino ad andarsi a impigliare nella cerniera del giaccone. E il nodo, poi? Quello doppio che fa tanto modello Armani ma produce un cappio che nemmeno negli spaghetti western di peggior livello, quello singolo che ti finisce dietro la schiena dando di te l’immagine di un labrador che è scappato al guinzaglio. Certo, la sciarpa puoi sempre portarla sulle spalle senza legarla, ma stiamo parlando di Appennino, e la bronchite è dietro l’angolo che ti aspetta sorniona.

Con lo scaldacollo tutto ciò appartiene ad un passato lontano che non tornerà. Se ho voglia di starmene da solo, posso addirittura tirarlo su con uno stile rasta fricchettone, e nessuna vecchietta in treno oserà attaccare bottone.
L’unico problema è che arriverà la primavera, e io e il mio scaldacollo dovremo separarci, fino all’autunno prossimo. Almeno che non ne trovi una versione in cotone da indossare in spiaggia.

Il sudista e la nostalgia del fattore venti

freddoBenché il sudista trapianto al nord lo neghi con tutte le sue forze, ci sono molte prove empiriche che dimostrano come le mollezze dei popoli nebbiosi abbiano finito per influenzare profondamente la sua presunta tempra guerriera. E non mi riferisco certo al fatto che il sudista apprezzi tortellini e Lambrusco, circostanza più che condivisibile, né che con gli anni si sia abituato a giocare lascivamente a calcetto al coperto (e vorrei vedere, ci sono almeno dieci gradi in meno in inverno, e i grassi accumulati proteggono solo il ventre adiposo). La verità è che il sudista negli anni finisce per abituarsi ad alcune viziose comodità, ad alcuni inverecondi privilegi tanto da averne addirittura nostalgia quando torna nella terra madre, e la più importante è quella che definiremo il fattore venti.
I costumi licenziosi dei popoli della nebbia infatti hanno dotato le abitazioni di strumentazioni fonti di sperpero energetico che impediscono alla temperatura di allontanarsi dai venti gradi centigradi. In estate si tratta di condizionatori, apparsi solo da pochi anni nei paesi meridionali e comunque visti con diffidenza da chi da sempre è abituato a rinfrescare l’aria scatenando una corrente balcanica che si incrocia con uno scirocco africano tra il salotto e la camera da letto; in inverno si tratta di termosifoni. Questi ultimi esistono sì da decenni al sud (non sempre comunque, soprattutto nelle isole sono ancora tanti i produttori di impianti di riscaldamento accolti con un no grazie), ma, come dire, più che altro per fare arredamento. Per appoggiarci gli oggetti come mensole provvisorie, per stenderci il bucato, per appenderci l’accappatoio in bagno.
Va bene anche usarli di tanto in tanto, perché se non li accendi mai poi il motore si impigrisce, magari quando il figlioletto che vive vicino alle Alpi (non importa quanto vicino, sempre più vicino sta) torna a trascorrere qualche tempo nella casa natia. Ma senza esagerare, che in fondo quattordici o quindici gradi sono sufficienti ad evitare l’assideramento e in più mettono allegria con quell’arietta frizzante.
Il sudista ospite di parenti o amici dissimula le propria difficoltà di deambulazione, nasconde l’imbarazzo del triplo mutandone di lana, nega di aver usato il microonde per scaldare i calzini da notte, ma sotto sotto sente che quanto tornerà nel suo appartamento di venticinque metri calpestabili la prima cosa che farà portare al massimo la temperatura dei caloriferi spogliarsi saltando in mutande sul letto al grido di “Il metano ti dà una mano”

? finita

Niente più colazione pigra con sguardo distratto sui programmi televisivi che parlano di diete e serate danzanti.
Niente più ciabatta ciondolante in sala.
Niente più letture impegnative che richiedono freschezza e un briciolo di impegno.
Niente più creme doposole che profumano di ciambella. Niente più “che si fa stasera”, sostituiti semmai da un mesto “che facciamo a Natale”.
Niente pià pasta con le cozze.
Niente più pennicchella pomeridiana.
Niente più gallerie d’arte, teatri e musei.
Niente più giochi (siano essi di carte, da tavolo o con il pallone).
Niente più movida, niente più te freddo (sostituito dal beverone anticolesterolo), niente più tempo per scrivere il prossimo romanzo.

Le vacanze sono finite.
Facciamoci coraggio

Andate avanti voi

Caro Roberto,

perché mai dovrei rischiare di farmi male in Ucraina, perdere malamente un confronto con Henry, fare innervosire il mio presidente e lo sponsor, andare a prenderle da quei rudi degli scozzesi o congelarmi nel freddo polare della Lituania, quando posso starmene a casa, lasciare che altri si facciano un mazzo così per conquistare la qualificazione, presentarmi con la mia maglia numero dieci fuori forma e svogliato, segnare al massimo un rigore e vincere nel tripudio dei tifosi che invocano il mio nome?

Firmato Er Pupone.

PS. Al limite un salto alle Isole Faoer ce le faccio, Ilary non c’è mai stata…

Auto servizio

Hanno cominciato i ristoranti, credo: niente più cameriera sorridente che annota i tuoi ordini sul blocchetto, ma lugubre fila indiana con vassoietto da influenzato, niente più sorpresa all’arrivo del piatto ma cibi esposti al pubblico ludibrio, niente più caldo o freddo ma solo diffusa e grigia tiepidezza. Niente più menù da sfogliare ma lavagnetta impositiva e scolastica all’ingresso, niente più tovaglia ma fogliastri di carta, niente richiesta del conto perché qui paghi prima di mangiare (furbescamente, perché se prima mangi poi ti passa la voglia di pagare). All’inizio si risparmiava, qualcosa, forse, hanno fatto fuori le tavole calde, adesso costano più di quelle. E poi il fai da te (come lo tradurreste? Auto-servizio? Sa di concessionaria) si è diffuso ai benzinai (trovate a Bologna un benzinaio che lavora in questi giorni di freddo: se ne stanno tutti rintanati nei loro gabbiotti a svernare, col cartello self-service esposto). Ammetto che è egoistico e un po’ malvagio pretendere che uno prenda il freddo per rifornirti mentre tu te ne stai al caldo in auto a sentire la radio, ma sono disposto a pagare questo servizio, in fondo quasi tutti siamo pagati per fare robe che gli altri non vogliono fare gratis…Ma qualcosa scricchiola. E già. Proprio nel regno del self service, nei supermercati dove la spesa la fai da solo senza l’aiuto di commessi e negozianti. E sì perché sempre più spesso nel reparto ortofrutta la merce non la pesi più da te: c’è l’addetto. Si saranno accorti che c’era gente che teneva sollevato il sacchetto mentre pesava. Oppure si saranno accorti di quelli che pesavano l’anguria e attaccavano l’etichetta a cinque chili di ciliegie. Oppure, semplicemente, si sono resi conto di quanto costa la frutta, e hanno deciso di non lasciarci soli con quel ben di Dio: gioiellerie fai da te ancora non ne fanno…