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Andate pure a quel paese

Ieri a Bologna c’è stata una manifestazione di decine di migliaia di persone invisibili: il V-Day, la giornata organizzata da Beppe Grillo per raccogliere firme per una proposta di legge che impedisca ai pregiudicati di essere in parlamento.
Sembra assurdo che decine di migliaia di persone debbano riunirsi in piazza guidati da un comico per richiedere una legge così ovvia, che dovrebbe essere uno dei fondamenti della democrazia. Ma quello che più colpisce è che questo mare di persone sia rimasto invisibile ai media: per la televisione ci sono stati i funerali di Pavarotti, la solita inguardabile Italia (calcio o pallacanestro, scegliete voi), la notte bianca (come fa il sindaco di Roma a parlare di ecologia e a permettere questi scempi?) le solite chiacchiere dei politicanti.
La folla di Piazza Maggiore (e non solo, c’erano collegamenti da tutte le piazze del mondo) è rimasta invisibile. Ma noi c’eravamo, e per dirla alla Grillo, vi stiamo preparando un bel viaggio per andare a fan…

Tu la conosci Claudia?

Un fiasco prima o poi capita anche ai migliori. Solo che Aldo Giovanni e Giacomo c’avevano già regalato un mediocre “La leggenda di Al..” per cui ci si aspettava una ripresa, e invece. Invece Mi presenti Claudia è il più brutto film dei tre comici, ha tutti i difetti dei precedenti (regia artigianale, personaggi macchiettistici, colpo di scena a tutti i costi) senza averne le qualità (brio, ritmo, colonna sonora). I tre sono sempre gli stessi, il pignolo, il grezzo e il timido, ma questo non è un problema: anche Totò interpretava sempre se stesso. Semmai il problema è che mentre Totò viaggiava nel tempo e nello spazio cambiando continuamente contesti, sperimentava senza paura di rischiare, si confrontava con altri attori straordinari, guardava sempre ciò che gli accadeva intorno, i nostri tre si sono rinchiusi nel loro mondo di quarantenni che non hanno volgia di crescere e ci propinano per l’ennesima volta la solita minestra dell’amore conteso. La povera Cortellesi è ridotta a comparsa, fa quel che può nei panni del personaggio più logoro mai visto negli ultimi anni – Vanzina e co. esclusi – ma proprio non funziona, e persino Ottavia Piccolo è ridotta al turpiloquio più inutile (almeno De Sica fa ridere, qui siamo proprio alla parolaccia per mancanza di idee). Tutta la prima parte è una sequenza di stucchevoli sequenze con musica malinconica insopportabile sul mondo difficile dei quarantenni borghesi milanesi, con l’unica eccezione di Aldo che se non altro anima un po’ con il personaggio del tassista (ma che idea! Ma dove li pescano?). Finalmente c’è un po’ di vita quando i tre tornano a fare se stessi nel viaggio (aldo al volante, Giacomo dietro e Giovanni che borbotta accanto): la malinconia per tre uomini e una gamba diventa fortissima, ma questa è solo una sbiadita fotocopia ricca solo di turpiloquio e deja vù, con Aldo che ricorre persino al “miii, non ci posso credere..:” per ricordarci che è sempre lui e non una controfigura. Si arriva così al finale che dovrebbe essere imprevedibile e che invece risulta l’ennesimo buco nell’acqua di una scenggiatura imbrazzante e dilettantesca.
Se non avete ancora visto Mi presenti Claudia, non fatelo: piuttosto noleggiate Chiedimi se sono felice, quello sì che era un film. Se invece volete spendere un’ora e mezza di noia e volgarità con quelli che sono stati tra i milgiori comici italiani, fate pure. A me non resta che sperare che i tre finalmente si affidino ad un regista che sappia valorizzarli e ad uno sceneggiatore che porti qualche idea nuova. Perché questa minestra riscaldata comincia a puzzare di andato a male…

Campioni d’Italia

Evidentemente questa è un’annata da ricordare. Dopo la beffa di Liverpool, il povero Galliani ha dovuto subire anche la sconfitta all’ultimo secondo dell’Olimpia Milano contro la Fortitudo. Come sapete, la fragile personalità dell’uomo di sinistra attuale, scossa dalle rutellanate quotidiane e dall’inconsistenza della classe politica, trova non dico giubilo ma almeno serenità solo quando vede il faccione contrariato del Padrone e della sua corte. Per espressività e teatralità dello sguardo, obiettivamente, il povero Adriano è quello che da più soddisfazione, con quello sguardo stupito con cui osserva le sconfitte come si guarda un ladro allontanarsi con la propria auto. Viva la Fortitudo, allora, finalmente tornata vincente (dopo Toto Cutugno e a pari merito con Barrichello credo abbia il record dei secondi posti), nell’anno in cui anche l’altra metà di Bologna, quella signorile e un po’ snob della Virtus, torna a calcare i parquet di serie A. Meglio così, così la smetteranno di far finta di essere felici per la Fortitudo, “visto che in fondo è sempre una squadra di Bologna…”
Per i tifosi del Bologna: coraggio, meglio un campionato da leoni in B che la solita asfissiante mediocrità in A, dopo dieci anni non se ne poteva più. Ve lo dice uno che in quanto tifoso del Taranto di retrocessioni se ne intende: ogni tanto servono.

La fortitudo campione d'Italia
Immagine tratta da http://www.quellichelafortitudo.it

La Vale e il Giampi

“Vale non c’è, provo a sentire dall’Ale se può venire con la Franci e il Giampi…” scampoli di dialoghi immaginari ma neanche tanto in una qualunque città al nord di Roma. So che danno i brividi solo a riprodurli, trasudano bruttezza e superficialità. Premetto che non sopporto l’usanza dialettale settentrionale di chiamare i nomi femminili anticipati dall’articolo, lo trovo un retaggio maschilista; tuttavia spero che non scompaia perché è un’argomentazione vincente contro tutti i settentrionali che pretendono di vantarsi dell’emancipazione femminile nelle loro zone trascurano questi dettagli importanti (il linguaggio è da sempre un indicatore fondamentale della cultura di un popolo!).

Io non solo non dirò mai “la Vale”, siamo in democrazia, gli altri dicano quel che vogliono, ma non dirò neanche “Vale”: ti chiami Valentina, o Valeria, o Valebalda (?) il tuo nome ha una storia e una tradizione, perché mozzarlo in maniera così truce? Per far prima?

Ma non scherziamo, capisco uno che si chiama Domenico diventi Nico e tollero che Elisabetta diventi Elisa o Betta, ma da Alessia ad Ale risparmiamo una sillaba, suvvia! Temo che in tutto ciò ci sia la solita influenza americana: gli americani si chiamano spesso Al,Joy, Bo o Bob. Ma i loro nomi “non significano un c*zzo”, come ricorda una meravigliosa battuta di Pulp Fiction; i nostri sì, fino a quando a furia di troncarli non ne dimenticheremo l’origine…

Esmeralda: What is your name?
Butch: Butch.
Esmeralda: What does it mean?
Butch: I’m American, honey. Our names don’t mean sh*t

La leggenda degli uomini straordinari

Se mi chiedessero di descrivere in poche parole la differenza tra la cultura letteraria americana e quella europea (e perché mai dovrebbero chiedermelo? E perché mai dovrei essere in grado di rispondere?) suggerirei di guardare questo film. Non è certo esauriente ma è un buon punto di partenza. L’autore del fumetto da cui è tratto questo film ha preso dei personaggi letterari della vecchia Europa, li ha masticati, digeriti e trasformati in qualcos’altro che non tradisce del tutto le origini ma sicuramente le modifica e le reinventa. Mister Hyde diventa una specie di Hulk, Dorian Grey (a proposito, l’attore fa di tutto per sembrare Johnny Depp, ma perché non chiamare Johnny Depp? Forse il nostro ha fiutato la bufala) un X-men maledetto, Mina Harper è la solita dark-lady che si trasforma in pipistrello (ma non ha la batmobile), Alan Quatermain (interpretato da uno Sean Connery che sembra l’unico a crederci) è un vecchio Indiana Jones.
Un processo che gli universitari chiamerebbero post-moderno, vituperato e disprezzato dagli europei che venerano (a volte giustamente, a volte esagerando) i loro totem letterari, preservandoli dall’uso commerciale, o forse facendone merce da museo. Il punto è che noi europei abbiamo assorbito, masticato e reinventato altre culture (dall’antichità greca all’orientalismo di Goethe), per cui dovremmo essere meno intolleranti con gli americani giocherelloni che fanno altrettanto.
Tornando al film, il problema non è tanto l’idea, che può risultare un gioco simpatico, nè la storia che ha un suo sviluppo interessante, ma una sceneggiatura di livello molto, molto basso, fatta di battutine che spesso girano a vuoto, di duelli e scontri interminabili, di effetti speciali ridondanti. Sulla mania di reinventare del cinema americano sono disposto a chiudere un occhio, sulla tecnica del racconto no, in quella sono maestri ma qui sbagliano decisamente il colpo.
PS Nella versione originale si parla di “Lega degli uomini straordinari”, trasformata in “leggenda” nel titolo e in “squadra” nei dialoghi. Evidentemente la distribuzione italiana si è resa conto che nelle leghe da noi di uomini straordinari ce ne sono ben pochi…