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La stagista sotto il bancone

Si parla frequentemente di crisi del mercato dei lavoratori, e ciò pensato l’altra mattina in un bar.
Non so se vi capita mai di osservare con attenzione dietro i banconi di un bar – succede anche con le farmacie e con i negozi di scarpe, ma i miei preferiti sono i bar – e rendervi conto di quanti strani strumenti non avete mai visto in funzione. A che servirà mai quella cassetta di plastica con il caffé in chicchi, se da anni avete da sempre visto preparare l’espresso direttamente dalla moka già macinata? E quelle sostanze fosforescenti che d’estate ballonzano in frullatori anni sessanta, saranno davvero frullati oppure servono a scacciare le zanzare? E sotto il bancone? Cosa c’è lì sotto? Cosa ci nascondono? Forse un macinacaffé arrugginito? Forse una cassa di cedrata marrone? Forse un pacco di giornali che serve a bilanciare la gamba del tavolo?
Vi starete chiedendo cosa c’entra tutto ciò con la crisi. Ebbene, l’altra mattina pensavo che precari, stagisti, collaboratori a progetto, sono come quei giornali sotto il bancone.
Non si vedono e a volte facciamo finta che non ci siano, ma senza di loro la baracca non starebbe più in piedi, e il barista dovrebbe ricordarsene, ogni tanto.

Siamo uomini o utenza?

© Moreno Soppelsa/Photomicrostock

Venerdì 12 dicembre: c’è lo sciopero nazionale e un gran traffico a Bologna, io ho appena donato il sangue e prendo l’autobus per tornare a casa. Osservo una scena surreale.
L’autista – che non è in sciopero, perché loro si fermeranno alle 16 – non parte perché aspetta il cambio. Da 45 minuti. Chiama l’ATC ma non gli risponde nessuno.
La gente comincia a spazientirsi. Si innervosisce
Si innervosisce il vecchio balilla che quando c’era lui altro sì che le cose funzionavano, e smadonna due o tre volte contro l’autista. Si innervosisce la signora con il sacchetto della boutique chic, si innervosisce la ragazzina che ha fatto filone (ma qui si dice fughino) e vuole tornare a casa.
Si innervosisce anche la signora progressista che afferma che non è che sia la prima manifestazione che si fa a Bologna, e che non è che il giorno prima non si sapesse. Ci si poteva organizzare. L’autista le dà ragione e le spiega: lo vada a raccontare ai miei dirigenti dell’ATC.
A quel punto il colpo di teatro: un’altra autista, più anziana, è con un gruppo di colleghi sul marciapiedi e ha osservato la scena. Comincia a contestare quello che dice la signora. Poi si avvicina al collega e con fare aziendalista mormora: ti ricordo che non si deve discutere con l’utenza.
Dice proprio così, con l’utenza, poi se ne va con l’aria di chi sta per preparare un rapporto contro quell’autista sovversivo.
Io in cuor mio spero non lo faccia. Ma non voglio discutere con lei: in fondo sono utenza anch’io

Consigli per gli amici concessionari

Si torna a parlare di crisi del mercato dell’auto, forse perché le famiglie di tre persone hanno capito che la quinta non gli serve, o forse perché se non hai i soldi per comprare il latte puoi fare a meno di EPS. Siccome di recente ho avuto modo di visitare qualche autosalone, mi si contrae lo stomaco quando sento parlare di aiuti di stato (quando va bene i dividendi sono i loro, quando va male dobbiamo aiutarli di tasca nostra…) e mi sento di dare alcuni consigli ai concessionari per risollevare la loro situazione

  1. Lavorare non è divertente, lo sappiamo. Però evitate di alzare gli occhi dal giornale con aria innervosita se un cliente vi si avvicina e vi fa qualche domanda: è un suo diritto, prima di staccare l’assegno.
  2. Un preventivo è più professionale se glielo stampate al computer invece di scarabocchiarlo su un post-it
  3. Tutti sanno leggere i prezzi e le caratteristiche su Quattro Ruote. Da voi si aspettano un po’ di più
  4. Si capisce subito che la casa vi premia se vi liberate di quelle spider fuorisedie venute male: ma se vi hanno chiesto un’utilitaria, non insistete
  5. In tempi di crisi economica chiedere lo straordinario forse è eccessivo, ma certo chiudere in anticipo non aiuta
  6. Non raccontate che quel modello sta andando a ruba, che è l’ultimo rimasto nel salone. I clienti li hanno visti i cinque modelli uguali parcheggiati sul retro
  7. Non è detto che il cliente acquisti alla prima visita. Fate qualcosa perché ce ne sia una seconda…

Il pigliaurti dei senzavergogna

C’erano una volta i paraurti. Bei fascioni di plastica, solida, massiccia e pronta a difendersi con compostezza da parcheggi sbagliati, pietre, schegge e più in generale "urti".
Già il sinonimo parafango perdeva un po’, perché si limitava a concepire quegli oggetti come protezione per la carrozzeria contro gli agenti atmosferici e poco altro. Poi uno scienziato geniale senzavergogna già premiato con il nobel alla carrozzeria si inventò i paraurti colorati, di più, metallizzati.
Così ogni volta che ti graffiano il pigliaurti (il nome mi sembra più adatto) il segno viene evidenziato, messo in luce, esaltato. E mentre per sistemare i vecchi paraurti bastavano cifre ragionevoli, adesso cambiare i paraurti in tinta costa più o meno quanto rivendere la vettura e comprartela nuova. Mi sembra una autentica follia, come andare in giro con un ombrello di lana merinos, o lavare i pavimenti con stracci di seta.
E non si può più neanche scegliere, le macchine senza i paraurti in tinta sono ormai introvabili, i costruttori hanno capito che c’è da fare soldi e si sono lanciati. Ma c’è di più: i senzavergogna adesso hanno cominciato a mettere in commercio automobili dove il paraurti è semplicemente scomparso, completamente integrato nella carrozzeria dell’auto: non solo il colore, ma anche il materiale è lo stesso. Così dopo un urto non devi cambiare un pezzo ma magari tutta la fiancata. E poi si lamentano, i senzavergogna, che il settore dell’auto è in crisi. Noi aspettiamo solo penumatici usa e getta da cambiare ogni mezz’ora come quelli delle formula uno, tergicristallo in cachemire e motori da cambiare ad ogni rifornimento, crepi l’avarizia.
Dopo di che prenderemo una bella Panda metà anni ottanta e andremo a tamponare i senzavergogna che progettano questi obbrobri: tanto noi avremo il paraurti, loro no.

Odio l’aperitivo

Odio l’aperitivo Mi piace uscire a cena con gli amici, andare in pizzeria o in una trattoria dove chiacchierare e mangiare in tranquillità.
Mi piace anche andare a pranzo fuori, specie se è una bella giornata e al pomeriggio si può fare una passeggiata salutare. Mi piace pure fare colazione con gli amici, anche se capita più raramente, prima di un viaggio o quando si è in vacanza.
Ma l’aperitivo no.
L’aperitivo non mi piace.
Odio l’aperitivo.
Tanto per cominciare si sta quasi sempre in piedi, o comunque scomodi. Non si riesce mai a intavolare un discorso articolato perché le ragazze dopo due bicchieri a stomaco vuoto cominciano a ridere di qualcunque o cosa o si addormentano,i ragazzi invece si innervosiscono perché le patatine e i salatini lo provocano, lo stomaco, anziché riempirlo.
Odio l’aperitivo perché tutto sa di pressapochismo, di improvvisato, di precario. Non sai a che ora comincia né quando finisce. Pensi che spenderai meno di una cena, ma in realtà per un martini e due olive ti saccheggiano il portafogli. L’aperitivo ha senso se prelude a qualcos’altro da fare insieme: una cena, o un pranzo. Altrimenti è solo immensa tristezza da vorrei ma non posso.
Da impiegato che si consola perché, nonostante tutto, esce la sera. Anche se a casa, di fronte ai surgelati che lo aspettano nel frigo, un po’ di singhiozzo gli ricorderà che c’è di meglio, nella vita, di un aperitivo.